#100 anni senza Dan Andersson

Nella notte tra il 15 e il 16 settembre del 1920, nella stanza 11 dell’Hotel Hellman di Stoccolma, muore un uomo. È avvelenamento da acido cianidrico; la camera era stata disinfestata contro le cimici, ma troppo piccola perché il materasso potesse arieggiare adeguatamente. Quell’uomo aveva 32 anni, ed è uno dei più grandi poeti che la Svezia abbia mai avuto. Quell’uomo si chiamava Dan Andersson. E oggi ho deciso, per i cent’anni dalla sua morte, di omaggiarlo con la traduzione di un breve racconto che rappresenta al meglio lo spirito inquieto di questo autore, sempre alla ricerca di un “altrove” in cui poter “volare attraverso l’etere ed entrare nel cerchio di luce della Stella della sera”.

LA STELLA DELLA SERA

È curioso come io abbia preso la strana abitudine di parlare con me stesso, forse perché raramente vedo persone con cui parlare.
Perché allora cammino qui da solo – sì, ho i miei cari, certo, la silenziosa Johanna, che armeggia in cucina, ma non è per lei che resto. Di sicuro sarebbe contenta se me ne andassi via, è lei la padrona di casa e io questo mese non ho nemmeno pagato il vitto. Questo mese… sono tre, a pensarci bene, ed è una vergogna, ma che posso farci? Sono un pittore di cui nessuno compra i quadri, e comunque sia, chi dovrebbe comprare qui, in mezzo alla foresta, su tra queste alte montagne, in questo paesino, dove ognuno mi tratta con diffidenza? In città la vita è troppo costosa, anche se lì qualcuno con cui parlare sicuramente ci sarebbe; comunque sia, non c’è semplicemente nessuno che voglia parlare con me.
Gli amici? Esistono gli amici? Me lo sono sempre chiesto, a volte ho l’ossessione malata di credere che tutti gli uomini siano miei nemici. Il dottore mi ha raccomandato di smettere con certi pensieri, mi ha detto che potrebbero diventare manie di persecuzione. Questa cosa mi ha fatto ripensare a una contadina del mio paesino natale, che non dormiva tranquilla una sola notte dal terrore degli assassini, e mi sono chiesto se avrei fatto la stessa fine. Ricordo ancora i suoi occhi schivi e incavati, e di come non osasse mai percorrere i sentieri, bensì corresse tra torbiere e paludi fino alla bottega, pronta a schizzare via in caso il vecchio dietro al bancone si muovesse in modo sospetto. Naturalmente, a volte ho anche l’ossessione malata di credere che tutti siano miei amici. Allora esco e parlo con tutti quelli che incontro e do loro la mia fiducia, e racconto storie, finché non mi accorgo di quanto la mia risata sia nervosa e di quanto desideri sparire, e di quanto abbia paura di voltare le spalle alla gente, perché poi ho il sospetto che parleranno male di me. Un monomane! Un monomane che dipinge quadri e tace e diventa schivo, finché per la disperazione non si abbandona a chiunque abbia di fronte. È proprio vero che si può avere paura della propria voce. In verità, mentre sono qui a dipingere e a pensare all’ultimo saluto di Timone di Atene, smetto di parlare, pensando e basta. Guardo fuori dalla finestra, sopra il pollaio e la foresta di pini e penso:
«Sia dell’uomo sola opera la tomba, e la morte la sua sola mercede. Sole, cela i tuoi raggi! Timone ha posto termine al suo regno.»* Ma non voglio che la mia ultima preghiera debba essere una maledizione. Con una benedizione e un inno vorrei volare dritto attraverso quelle nuvole serali lanose e rosse come il cotone, con cui i pastori fenici, vi ricordate, lavavano via il colore dal naso dei cani, quando questi avevano ingerito liquidi color porpora. Ma di che sto parlando? Dritto attraverso questo rosso sangue, lontano, nello spazio della Stella della sera* vorrei vagare, lasciandomi tutto alle spalle, perché tutto è vecchio, consumato e brutto quaggiù. Appena ci penso, passa una chiassosa folla di giovani e gli schiamazzi di un ubriaco echeggiano tra le montagne. E io non posso volare attraverso l’etere, non posso entrare nel cerchio di luce della Stella della sera, ho una superficie cinque per quattro in cui vagare, e non posso uscire fuori, perché poi incontrerei le persone, di cui ho paura. Oh, la Stella della sera è così lontana!
Un’automobile sfreccia in lontananza sulla strada di campagna. Le sento spesso, e a volte mi domando per cosa vivano tutte quelle persone e quanto siano felici.
Devono certo essere tutti ricchi, perché i tratti di campagna sono lunghi e un viaggio tra la città M e la città M costa parecchio, sulle cento corone. A volte penso che qualcuno di questi signori e signore impellicciati debba essere proprietario di un castello con un antichissimo, maestoso parco e una fontana e un gazebo in rovina con i rampicanti intorno. E da lì mi immagino di sentire un flauto. Le note volano oltre il laghetto su cui la Stella della sera brilla, e in una barca lontana piccola quasi come una conchiglia, è seduta una coppia di innamorati…
Perché non può certo essere possibile che siano dei mercanti di cavalli e dei conciatori di pelli e dei commessi viaggiatori e dei giocatori d’azzardo e dei trafficanti ebrei con le loro signore a guidare quelle macchine! Qualcuno deve pur essere proprietario di un castello, uno! E allora potrei essere invitato in quel castello e sedermi in terrazza con una bottiglia di vino e una ragazza giovane e incantevole, proprio appena tramonta il sole. Poi ovviamente la bacerei… ma cosa vado a pensare? Si sta facendo buio e non ho finito nemmeno questo schizzo. E poi perché dovrebbe essere finito, quando comunque non mi porterebbe un centesimo?
È molto meglio guardare la Stella della sera. Certo, ora si chiama Venere, e ha un bagliore di un rosso quasi sanguigno, che mi fa pensare al papavero, il fiore del sonno e della calma col suo misterioso pericarpo, in cui la morfina, vincitrice del dolore, dimora. Qualche volta l’ho incontrata e ho lasciato che mi chiudesse gli occhi; è quieta e seducente, ma la sua quiete si trasforma in caos. Nel mezzo tra le immense foreste, cullate dal vento dell’ovest, brillano le stelle. Perché non ho nostalgia di quei pianeti, di quei mondi forse abitati, ma solo della Stella della sera, di Giove, dove non può esserci vita? È perché vorrei essere completamente divorato e sparire nella sua luce rossa, diventando atomo dei vapori attorno alle lune dei pianeti? Perché sono un essere cosciente e non un rosso, sanguigno papavero, perché non Giove? Perché non posso essere una Stella della sera e diffondere la mia luce quaggiù? Ma io chi sarei, allora? E se non fossi io ad essere cosciente, come potrebbe anche lontanamente esistere la Stella della sera ? Ma ora la smetterò con le domande e con i pensieri. Ho fame, e mi sembra già di vedere Johanna fare capolino sulla porta, annunciando il solito ritornello della vita: «Stasera non abbiamo che la pappa d’avena, Johannes!»

NOTE

(1) Passo tratto da: W. Shakespeare, The Complete Works, ed. Peter Alexander, London & Glasgow, Collins, 1960; trad. it. Timone di Atene, a cura di Goffredo Raponi, 1999, p. 108, https://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/shakespeare/timone_di_atene/pdf/timone_p.pdf, ultimo accesso 12/09/2020.

(2) “Stella della sera” è un altro nome del pianeta Venere.

(Da: Posthuma noveller, Tidens Förlag, Stockholm, 1922, pp. 249-252).

La povertà, la fatica e la lotta per la vita sono temi centrali nelle opere di questo autore, che da voce agli emarginati, ai sognatori, ai vagabondi, e a un’intera generazione di minatori come lui. Con il viso sporco di carbone e gli occhi rivolti al cielo, i suoi personaggi malinconici e inquieti combattono fino alla fine con dignità e coraggio, vivendo pienamente ogni singolo giorno.

BRUTTI PENSIERI

Essere scaldo, profeta, e costretto a vivere
per strada,
senza mai sapere quando smetterai di lottare,
è come combattere con Satana in persona –
e lo sa solo il cielo per quanto resisterai.

Ci saranno sangue e ci saranno lacrime,
ci saranno risse questa notte e morte il giorno
dopo,
ma mai dolore e lacrime
da femminuccia –
non sono mica un bambino o una femminuccia, io.

E questo lo chiamo una notte intera a pescare
senza mai guadagnare nemmeno un soldo,
viaggiare senza luce tra immense acque scure
senza mai, mai vedere un minimo scorcio
di terraferma.

Ma se un giorno tra i morti
il mio corpo freddo è lì che giace,
sarà allora la mia ricompensa
riposare in pace –
sono un uomo, io, che ha combattuto
il suo destino,
avrò pure il diritto di essere ciò che sono.

(Da: Kolvaktarens visor, Tidens Förlag, Stockholm, 1915, pp. 50-51)

In caso ve lo foste perso, ho parlato di Dan Andersson anche in questo articolo. Per conoscere meglio la sua vita e le opere, eccovi una biografia in italiano sull’autore preparata da me 🙂

FONTI

D. Andersson, Aftonstjärnan, https://litteraturbanken.se/f%C3%B6rfattare/AnderssonD/titlar/PosthumaNoveller/sida/249/etext, ultimo accesso 6/09/2020.

D. Andersson, Kolvaktarens visor, https://litteraturbanken.se/f%C3%B6rfattare/AnderssonD/titlar/KolvaktarensVisor/sida/50/etext, ultimo accesso 17/05/2021.

© Traduzione dallo svedese di Giada Saturno

E ora… fatemi sapere se questo articolo vi è piaciuto!

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